Da "Juliet", Aprile 2000


ICONE OPEN-SOURCE NEL VORTICE DEL POP?

Chiesa del Subgenio, SCHWA, Luther Blissett e altro


di Giuseppe Marano

«La poesia ha esaurito ciò che restava del suo prestigio formale.
Al di là dell'estetica, essa consiste interamente nel potere degli uomini sulle loro avventure.
La poesia si legge sui volti.
Quindi è urgente creare volti nuovi»

Internazionale Lettrista, 1954

Nella storia dell'arte l'uso detournante di volti e icone è ormai prassi consolidata, dalla celeberrima Gioconda baffuta di Marcel Duchamp alle rigorose teorizzazioni lettriste, fino all'iconografia totalitaria della NSK o al lavoro di Shepard Fairey, che da dieci anni a questa parte tappezza le strade americane di poster, adesivi e graffiti con il volto del defunto lottatore di wrestling Andre the Giant, giustapposto a immagini tratte dall'arte di propaganda del socialismo reale.

Ma cosa dire di quei ritratti che invece non "rappresentano" nessuno e di cui si ignora addirittura l'autore? Già, perché se la Marylin di Warhol o il Che Guevara di Korda rimandano a un preciso autore, a un nome, a un identità (o semplicemente a una persona, vedi il barbudo di Pietrelcina, aka Padre Pio), esistono tuttavia dei volti di personaggi immaginari costruiti per essere liberamente utilizzabili da chiunque si riconosca nelle loro gesta, un po' come la filosofia dell'open-source che sta scuotendo il mercato dell'informatica di consumo.

Esempio per eccellenza è il caso di J.R. "Bob" Dobbs, volto-simbolo della americana Church of the SubGenius, un peculiarissimo network pseudoreligioso di sconclusionati agitatori patafisici che da più di vent'anni imperversa con successo nell'underground - e non solo (pare addirittura che il ruolo di Pierce Brosnan in Mars Attacks sia stato un esplicito omaggio di Tim Burton a J.R. "Bob" Dobbs!).

Da riviste, libri, fanzine, a siti Internet, l'icona mediatica di "Bob" (detta anche "Dobbshead") è comparsa praticamente ovunque. Tipica caricatura dell'americano medio secondo l'iconografia degli anni '50, pettinatura laccata e immancabile pipa, il ritratto di "Bob" è un vero e proprio totem autoclasta, utilizzato e moltiplicato nelle più improbabili variazioni grafiche da migliaia di seguaci del SubGenio. Basta scavare un po' nelle "Art Mines" del sito web ufficiale www.subgenius.com per rendersene conto. Da sottolineare come l'origine della sua icona, secondo una delle leggende più accreditate, sia legata a doppio filo con l'uso di clip art industriali, ovvero quell'insieme di simboli grafici privi di copyright a disposizione di illustratori e designers. Sembra infatti che la "Dobbshead" comparisse negli anni' 50 come pubblicità delle pagine gialle AT&T, su cui la compagnia telefonica non poteva all'epoca accampare diritti commerciali in virtù del suo atipico monopolio. Vero o falso che sia, il volto di "Bob" richiama effettivamente un archetipo estremamente diffuso nei fifties, prova ne fanno la quantità di spezzoni cinematografici, advertising e fumetti in cui è possibile trovare dei veri e proprio cloni di J.R. "Bob" Dobbs, come documentano con malcelato orgoglio le pubblicazioni della Church of the SubGenius e soprattutto il video "Arise", basato in buona parte su campionamenti visuali e found footage films.

Un'altra celebre icona multipla (a "fisiognomica modulare variabile") aggiratasi negli anni '90 è stata sicuramente quella del fantasma collettivo Luther Blissett, il cui enigmatico volto è stato costruito al computer morphando vecchie foto degli anni '20.

Anche il ritratto/autoritratto di Blissett è comparso un po' ovunque, all'inizio soprattutto su francobolli e timbri dell'arte postale, poi in efficaci parodie di depotenziate icone radical-chic (Guevara, Marcos) o a fianco di Karl Marx in improbabili ritratti storicizzanti, fino ad una delle ultime versioni circolate prima del Seppuku, ovvero un Luther Blissett cut'n'mix, precaria sintesi delle principali sottoculture giovanili del novecento. A differenza di "Bob", l'icona blissettiana raggiunge un livello decisamente superiore di paradossalità: essa infatti rappresenta un "nessuno" che però è "chiunque", ovvero la possibilità pratica di "apparire scomparendo". Complicato? Mica tanto... In uno dei primissimi poster del Multiplo, il volto di Luther appariva composto da migliaia di altri piccoli volti di se stesso, e in una lettera del 1995 (sempre a se stesso), l'homo-gemeinwesen Luther Blissett scriveva alla sua comunità aperta: "Molti vivono per apparire ma solo pochi appaiono per vivere. Luther Blissett è apparso scomparendo. Può scomparire una persona che non esiste? [...] Essere e non apparire e chi decide di apparire dietro un nome collettivo lo fa per scombinare le regole del gioco. Se sui mass media appare il volto di Luther Blissett è sicuramente l'ennesimo falso perché Luther Blissett ha troppi volti per essere rappresentato da uno solo. Ma soprattutto perché, mentre si appare sui mass media si scompare come Luther Blissett, ovvero si sceglie l'apparenza all'essere". Per l'Opera Omnia di Blissett si veda anche www.LutherBlissett.net.

Se il capovolgimento di prospettive è stata una caratteristica preminente del progetto LB, proprio dagli ambienti blissettiani è venuta fuori la "Grande Truffa dell'Arte" 0100101110101101.ORG, ovvero la costruzione a tavolino di un fittizio artista jugoslavo, Darko Maver, che per un anno intero ha fatto parlare di sé in Internet e sulle pagine delle riviste d'arte per le sue performance estreme, culminate nell'arresto da parte delle autorità serbe e nella shoccante morte in carcere durante i bombardamenti NATO. La vicenda di Maver è arrivata, tra campagne di solidarietà internazionali e mostre retrospettive, fino alla Biennale di Venezia, dove una improbabile Free Art Campaign ha presentato il video "Darko Maver - L'arte della guerra", sotto gli occhi sbigottiti di pubblico e critica. Come dire, basta una biografia dettagliata, qualche opera particolarmente sanguinolenta, un volto da far apparire sui media (in questo caso quello di Roberto Capelli, membro storico del Luther Blissett Project bolognese) e il sistema dell'arte è pronto ad allargare le braccia (e i cordoni della borsa)...

Ultimo caso degno di nota, per quanto ancora diverso dai precedenti, è l'icona-logo dell'alieno, volto ovale e occhi obliqui (noto anche come "grey" nei network ufologici), che da alcuni anni a questa parte sta letteralmente infestando l'immaginario collettivo planetario. Ricostruirne le origini pare impresa impossibile. C'è chi ne attribuisce la paternità (o quanto meno una vaga ispirazione) a Carlo Rambaldi (suo infatti l'alieno di "Incontri ravvicinati del terzo tipo"), chi invece la fa risalire a SCHWA, il complesso lavoro del grafico Bill Barker a metà tra fiction paranoica e nuove tecniche di marketing radicale (vedi www.theschwacorporation.com).

Fatto sta che nel giro di pochi anni, il volto stilizzato del visitatore extraterrestre è ormai diventato un cult onnipresente, utilizzato in migliaia di modi e di variazioni, con un notevole feedback di mercato: basta fare un giro per le bancarelle e i negozietti di Londra, Amsterdam o Stoccolma per rendersi conto di quanta gadgettistica a tema sia possibile trovare: magliette, pupazzi gonfiabili, tazze, portachiavi, chillum, bevande energetiche... e tutto senza alcun copyright. Roba da fare invidia a Linux!