Da "Lapiz", 1 novembre 2000


Strategie dell'Arte in Rete


di Gianni Romano

Era tutto prevedibile eppure, fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe scommesso una peseta sull'espansione di Internet, figuriamoci sugli artisti in Rete. Con l'inizio del nuovo secolo, invece, Internet è diventata l'ultima frontiera dell'economia. Non solo artisti o pubblico generico, dunque, ma grande pubblico, artisti, industriali, imprenditori e speculatori sono rimasti intrappolati dalla Rete, affascinati dalla possibilità di trasmettere e ricevere dati in tutto il mondo a velocità prima inimmaginabili.

Anche l'arte in rete è diventata "fashionable": non solo perché ormai nasce un net-artist al giorno, ma soprattutto perchè tutti vogliono averla, ci prova qualche galleria e ogni museo inaugura la sua "virtual area" commissionando spesso prodotti scadenti. Musei doc come il MoMA o la Tate ospitano net-project come una volta faceva solo il Dia e il Walker. La stessa Tate, con l'attuale edizione del Turner Prize, per la prima volta presenta l'artista giapponese Tomoko Takahashi che crea installazioni, ma presenterà anche un'opera in rete - "Word Perhect" - accanto alle foto di Tillmans e ai quadri di Michael Raedecker e Glenn Brown. La net art é già stata battezzata dalla Documenta di Catherine David, ed ha avuto nella mostra "Net Condition" l'incarnazione di una tragedia mediale che Negroponte definirebbe anacronistica: una mostra costosa, semplicemente brutta e diseducativa, che è stata portata in giro per il mondo, quando le migliori opere selezionate erano quelle che ciascuno di noi poteva vedersi da casa sullo schermo del proprio computer (Jodi.org, Jody Zellen, etoy, Blank & Jeron, Natalie Bookchin, Alexej ShulginS).

Ma, dicevamo, era tutto prevedibile. La digitalizzazione dei prodotti culturali negli anni Novanta è andata di pari passo con il suo sfruttamento commerciale e con un repentino utilizzo popolare delle sue potenzialità economiche. Ad esempio, l'equazione secondo la quale l'arte sperimenta delle dinamiche che solo in un secondo momento la società è pronta ad assorbire con la Rete si è annullata, lo scarto tra i due momenti si è ridotto notevolmente. La velocità con la quale il mercato si impossessa, e addirittura promuove, lo sviluppo tecnologico è inferiore soltanto alla velocità con la quale varie applicazioni della tecnologia si avvicendano sullo scenario comune di una società che in pochi anni ha visto modificarsi davanti ai propri occhi le caratteristiche del proprio paesaggio mediale. Questa è una prima necessaria premessa, e consistente differenza, dell'arte in Internet rispetto ad esperienze precedenti. Nella storia dei rapporti tra arte e tecnologia questa è anche la prima volta che gli artisti hanno avuto la possibilità di avere a disposizione strumenti che, contemporaneamente alle loro sperimentazioni, diventavano di uso popolare. Come suggerisce l'americana Laura Trippi, i computer, i cellulari, sistemi di posta elettronica hanno realmente permesso alla gente di penetrare e utilizzare lo spazio dell'informazione facendo dello schermo il "locus" dell'attività digitale e una porta d'entrata verso quella comunità che - nonostante la virtualità dei modi - è subito diventata una componente sociale attiva. L'ultimo capitolo dell'intensa relazione intessuta nel Novecento tra arte e tecnologia quindi è costituito dai numerosi incontri tra Internet e l'arte contemporanea. Internet ha avuto l'indubbio merito di mettere in rilievo come non sia soltanto la tecnologia a cambiare: siamo cambiati anche noi. "Se attorno a noi il paesaggio può mutare rapidamente e se ai luoghi di produzione finora noti è possibile sostituire la rete e le realtà virtuali cui essa da luogo, è anche grazie alla grande plasticità del nostro sistema cognitivo." (1)

Gli schermi dei nostri computer mostrano un panorama dell'informazione sotto forma di icone, parole, concetti, immagini, testiS la lettura ipertestuale ci consente di utilizzare contemporaneamente più media e più linguaggi. La rete ha messo in evidenza anche le nostre esigenze comunitarie, il superamento di barriere culturali, la considerazione dell'Altro (manifestato in altri modi in molta arte dell'ultimo decennio del secolo). L'arte in rete, dunque è essenzialmente un arte che manifesta dinamiche che in parte già conosciute prima che Internet invadesse il nostro quotidiano: comunicazione, informazione, interazione, sistema, reteS Però, nessuno poteva prevedere uno strumento che materializzasse l'idea di "opera aperta", rompendo definitivamente la barriera tra artista e pubblico: la percezione di un'opera in Internet è possibile grazie ad una comunità che la percepisce e la giudica tramite un sistema comunicativo immateriale, tramite coordinate culturali comuni che tengono conto dei cambiamenti avvenuti nella società contemporanea. Tale caratteristica è la vera novità dell'arte in rete e rende datato ogni discorso su "arte e tecnologia" in quanto non si tratta più di una forma di relazione ma di reale interdipendenza. L'artista che lavora in rete oggi è pienamente consapevole di operare in un'inedita ecologia dell'informazione dai confini talmente vasti da permettere lo sviluppo di nuove pratiche formali e conoscitive, l'impiego di nuove forme procedurali che tengono conto dell'allargamento del campo di referenza. La novità dell'arte in rete é, dunque, la rottura definitiva della barriera tra pubblico e artista che ora condividono le stesse ambizioni e paure, parlano la stessa lingua e contribuiscono allo sviluppo della consapevolezza di partecipare ad un panorama in costante cambiamento. L'altra, e inaspettata, novità é che una delle principali strategie degli artisti in Rete non é quella di testare tutte le possibilità tecnologiche del nuovo strumento. L'artista in Rete non è quello che produce una nuova opera ogni volta che Macromedia distribuisce un plug-in. Ma andiamo per ordine. Dagli inizi degli anni Novanta l'arte è diventata presto una delle presenze più consistenti del villaggio globale: più che i progetti d'artista, all'inizio (quando ancora le capacità di visualizzare dei browser erano quasi nulle) erano molto sviluppate delle comunità di scambio di informazioni, gruppi di artisti, teorici o semplici appassionati che usavano il nuovo strumento per dialogare. Website quali Artnetweb, Adaweb, The Thing, devono molto a questa prima impostazione comunitaria che connotava questi siti come "case comuni", luoghi d'incontro per scambi di riflessioni, forum e materializzazione di una fase autodidatta nei confronti delle nuove tecnologie per cui il sito funzionava anche come "una fonderia digitale" (Benjamin Weil) grazie alla quale si apprendeva l'uso dello strumento e si cominciano a produrre i primi progetti d'arte in rete. Questa, naturalmente, è una prima fase di Internet e l'evoluzione di questi stessi website nei loro quasi dieci anni di vita ci fa capire anche in che modo il web si è evoluto. Adaweb ha mantenuto le sue caratteristiche di sito dedicato alla sperimentazione privilegiando la costruzione di progetti d'artista (Doug Aitken, Jenny Holzer, Julia Scher, Antoni MuntadasS) e forum aperti al pubblico dedicati alle riflessioni più svariate sullo stato dell'arte. Dal 1998 Adaweb perde i finanziamenti e passa l'intero progetto al Walker Art Center dove continua ad essere gestito dai responsabili digitali del museo di Minneapolis. Il tedesco Wolfgang Staehle ha fatto di The Thing un portale veloce che comprende recensioni, pagine di gallerie d'avanguardia, progetti d'artista, e pagine di giornali già conosciuti nella loro versione su carta (Blind Spot, Zingmagazine, Springer). La capacità d'interazione con il pubblico resta il punto forte di The Thing.

La caratteristica comune dei primi website è, quindi, quella di essere il risultato delle sperimentazioni di artisti, critici e tecnici, legati dall'interesse comune nello sviluppo di un nuovo linguaggio. Col tempo, tuttavia, l'abbondanza dell'offerta e l'entrata in scena di realtà commerciali hanno portato ad una progressiva professionalizzazione dei siti d'arte, così come ad una maggiore separazione tra gli argomenti trattati. Oggi, l'eccessiva quantità di siti web dedicati all'arte, costringe l'utente che muove i primi passi sul web, a distinguere subito tra creatività e informazione, tra il sito sperimentale che promuove nuove investigazioni e quello commerciale che vorrebbe vendervi qualcosa (a volte, semplicemente, il vostro passaggio, un click da monetizzare).

Oggi in rete coesistono realtà molto diverse tra loro: siti sperimentali come quelli già citati; siti a metà tra sperimentazione e informazione come Aleph e Artnode; siti dedicati alla lettura e alla critica come Paradoxa, Nettime, Blitz, Critical Review e ArtReview; portali specializzati come Artnet che offrono contenuti editoriali e servizi vari, o di notevole utilità come e-flux che si specializzano in una sola funzione (in questo caso un corriere elettronico che invia inviti digitali in tutto il mondo ad un'enorme numero di persone). Ogni paese, inoltre, ormai presenta siti informativi professionali che sfruttano la possibilità di rivolgersi al proprio pubblico tramite la propria lingua, una dinamica in pieno sviluppo che sarà sempre più diffusa con l'allargamento dell'audience.

Non esistono realtà editoriali già conosciute per le loro vendite in edicola che si sono trasferite in rete. Il trasferimento in digitale di una rivista che già possiede una forte identità nel mondo della carta stampata va incontro a numerosi tipi di problemi di carattere tecnico e attitudinale. Di conseguenza, i migliori esempi di riviste online sono nate online, mentre le riviste tradizionali si sono limitate ad offrire soltanto una vetrina dei propri contenuti per invogliare il potenziale lettore all'acquisto in edicola. Le ridotte dimensioni dello staff e una visione comune delle intenzioni permette alle piccole realtà editoriali online di ritagliarsi un pubblico che a volte raggiunge cifre invidiabili. Sulle riviste online grava tuttavia la responsabilità di recuperare parte di quel pubblico che negli anni Novanta ha mostrato evidenti segni di disaffezione nei confronti delle riviste su carta, costruirsi una credibilità "giornalistica" in un ambiente nel quale non c'è l'abitudine a controllare le informazioni e nello stesso tempo evitare la superficialità del linguaggio giornalistico che rende pressoché inutili le informazioni sull'arte fornite dai nostri quotidiani. Un altro dato importante è la consistenza del pubblico che in rete è superiore ai seicento milioni di persone in tutto il mondo, un pubblico che travalica di gran lunga quello degli "addetti ai lavori" (stimato intorno alle cinquantamila unità) e che richiede rapidità e aggiornamenti continui, facilità di lettura e di consultazione e, possibilmente, fare a meno di quella mediazione giornalistica che spesso rende inutile l'informazione in un campo complesso come l'arte.

Per quanto riguarda i progetti d'arte in rete - vere e proprie opere nate e distribuite esclusivamente su Internet - uno dei primi progetti d'artista conosciuti dal pubblico internettiano é The File Room (1994) di Antoni Muntadas. Anzi, il successo di questa opera, lento e distribuito negli anni, ha contribuito notevolmente all diffusione del concetto di arte in rete presso un pubblico che non aveva ancora familiarietà con uno schermo interattivo. Studiato inizialmente come installazione da visitare al Chicago Cultural Center, The File Room è un grande archivio online impostato dall'artista catalano con dei ricercatori dell'università di Chicago che, grazie all'attiva collaborazione del pubblico, diventa nell'arco di due-tre anni il più grande archivio sulla censura esistente al mondo, un contenitore di facile consultazione, che permette al pubblico di conoscere vari atti di censura in più parti del mondo e in diversi campi della creatività. On Translation, il secondo progetto web di Muntadas, è invece dedicato alla prevalenza della lingua Inglese in Internet e sulla conseguente perdita di informazione che ne deriva dalla sua traduzione. Una caratteristica dei progetti d'artista in rete è quella di non avere mai escluso, nonostante la totale novità del mezzo, artisti che si erano imposti all'attenzione del pubblico: Antoni Muntadas, Jenny Holzer, Julia Scher, Matt Mullican, Komar & Melamid, Martin Kippenberger, Peter Halley, Tim Rollins, Lawrence WeinerS. C'è tuttavia una sostanziale differenza attitudinale tra l'arte in rete creata da artisti che hanno operato prima dell'arrivo del nuovo strumento e l'arte creata in rete da artisti che si sono fatti conoscere attraverso il nuovo strumento. Una delle chiavi per valutare la validità dell'opera che un artista realizza in rete è la pertinenza del lavoro in esame con la poetica che l'artista ha già avuto modo di esprimere in precedenza. Muntadas, ad esempio, aveva già creato delle opere che riflettevano gli effetti dei media con strumenti diversi quali video, performance e installazione e lo stesso progetto The File Room nasce dalla censura di un suo documentario per la televisione spagnola. "Ghost City" della californiana Jody Zellen, traduce in html e gif animate le installazioni di poster che lei già realizza nei contesti urbani. Come dice Shu Lea Cheang: "Non ho mai considerato la tecnologia una finalità in sé, ma la mia fissazione nell'acquisire nuova tecnologia é istinto di sopravvivenza". Dopo aver collaborato con il collettivo di Paper Tiger TV negli anni Ottanta, Shu Lea Cheang ha spostato i suoi progetti multimediali nel ciberspazio per testarne i confini ma, soprattutto, per mettere in discussione le controverse frontiere di un mondo materiale con il quale lei (di origine asiatica) si sente in credito: "Si mi hai conquistato. E io? Ho perso, ma ho anche vinto. Perché non avrei dovuto? Ho imparato tante cose da te. Ora posso fare tutto. Mi hai educato nei punti più alti di un impero di civiltà. Posso assaporare il suono del fondo bagnato di una tazza di té circondando con le labbra il suo calore. Mi hai insegnato a parlare la tua lingua. Cominciare a pensare come un essere umano. Un individuo. Con la pelle al posto dei confini e 99 canali al posto della memoria. Mi hai insegnato molte cose." (Shu Lea Cheang) L'apertura del web a diverse sperimentazioni e attitudini ha permesso al belga Francis Alÿs (conosciuto come performer e artista concettuale) di progettare The Thief per il Dia Center for the Arts di New York . Il sito è composto da schermate cliccabili che riportano citazioni sulla finestra che partono dagli studi di Leon Battista Alberti sulla prospettiva, come rappresentazione illusoria, fino ad arrivare alla recente analisi di Steven Johnson sull'interfaccia come componente fondamentale con la quale rappresentiamo un presente immateriale. Per artisti come Francis Alÿs, l'altrove digitale costituisce un nuovo paesaggio dalle caratteristiche poco definite, un luogo che non solo somiglia molto alla perdita di definizione che ha subito il paesaggio tradizionale nel quale lui si ostina a "camminare", ma che proprio per queste caratteristiche di "indefinizione" diventa luogo ottimale per svolgere le proprie investigazioni. Non bisogna tuttavia compiere l'errore di qualche addetto ai lavori, dare cioé rilevanza soltanto a quegli artisti che si sono già ritagliati il loro spazio nella storia dell'arte ignorando le numerose novità che l'arte in rete ha portato alla luce. Se si parla di net-art è perché negli ultimi anni Internet ha dato rilievo ad artisti prima sconosciuti alla scena internazionale dell'arte contemporanea. Artisti come i Jodi, Perry Hoberman, Alexeij Shulgin, Jordan Crandall, Vuk Cosic, Olia Lialina, Mark Amerika, Mark Napier, Heath Bunting, etoyS. hanno cominciato a sperimentare in rete e spesso vogliono restare in rete, almeno finora, privi di alcun interesse, se non addirittura polemici verso quel sistema dell'arte che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent'anni. Polemica che si rivela anche aspetti ironici quando Shulgin si inventa il premio "Internet Gold Medal" o l'inglese Nick Crowe crea url fasulle per ventinove siti d'arte inglesi con "Service 2000: 29 Uncommissioned Web Sites".

Una caratteristica evidente nel loro lavoro è l'auto-consapevolezza e la discussione critica rispetto al contesto stesso nel quale operano. Nel 1995, presentando il Dutch Electronic Art Festival di Rotterdam, il teorico Timothy Druckrey affermava: "Mentre la colonizzazione del cyberspazio da parte di artisti e teorici è segno di forte creatività, le forze della privatizzazione e del controllo cominciano a sentirsi alle nostre spalle". "What is netart ;-)?", è un saggio pubblicato dall'artista tedesco Joachim Blank (2), nel quale, oltre a mettere in guardia contro il mondo dell'arte, visto come una massa di operatori per i quali Internet non è altro che "una grande guida telefonica in cui vogliono (e devono) essere rappresentati", si descrive il "Mito di Internet" come risultato della massiccia auto-referenzialità del nostro mediascape: "E' comunicazione senza limiti in un conglomerato ancora sconosciuto fatto di macchine, cavi e persone. La rete mondiale di cyberpunk, scienziati e artisti è stata sostituita dalla sete di informazione e dal consumo industrializzato di massa." Sebbene queste parole dimostrino che sia passato qualche anno da quando sono state scritte (oggi non c'è luogo fisico con un registratore di cassa che non abbia il suo sito Internet) sono importanti perché registrano questo sentimento comunitario che la rete infondeva agli inizi in ambito artistico, senso di partecipazione esteso ad altre componenti della società e non ristretto al "mondo dell'arte" (che all'inizio non registra la novità), ed anche lo sviluppo di una missione tra chi usava la rete, quello di promuovere usi alternativi del mezzo stesso.

Non a caso dunque, tutti i progetti elaborati da artisti grazie a e per mezzo della rete riflettono questa impostazione sebbene i migliori di essi travalicano l'autoreferenzialità per promuovere investigazioni su dinamiche sociali più larghe quali il rapporto uomo-macchina, società-tecnologia, vera o falsa interazione, distribuzione e percezione dell'informazione S Questi artisti sono dunque indipendenti da ogni meccanismo che regola il sistema dell'arte attuale; per loro non è tanto importante stabilire qual'e' l'arte del futuro; in realtà essi sembrano più preoccupati dallo scoprire quale sarà la società di domani e dove porterà quel facile liberalismo con il quale Internet viene ora confezionato e venduto. Non deve sembrare casuale, dunque, che spesso grandi esempi di riviste online quali Rhizome, Wired o Telepolis si interessino spesso di arte contemporanea e di arte in Internet. Ad esempio, riviste specializzate come Artforum o Flash Art ignorano chi siano gli 01.org, ma questa giovane coppia di italiani ha già avuto articoli su "Le Monde" e su "Telepolis". Gli 01.org (questo il loro nome, altrimenti scritto "zero uno punto org") usano Internet come cavallo di Troia all'interno del sistema dell'arte ufficiale, ma anche di quello mediale, per svelarne i meccanismi di diffusione. Nella loro battaglia contro il diritto d'autore 01.org non si sono solo appropriati di altre opere, le hanno letteralmente risucchiate all'interno del loro sito (Jodi, Teleportacia, hell.com, etoyS) scatenando le ire di qualche autore, ma molto interesse da parte dei teorici. Il loro prossimo progetto s'intitola "Life Sharing" (che ricorda di File Sharing) e funzionerà analogamente a Napster, cioé il pubblico avrà accesso ai loro computer dove potranno trovare di tutto (archivio, progetti, software... persino la loro posta). Ancora una volta è il concetto di privacy e di proprietà intellettuale che vengono del tutto stravolti. In una fase successiva gli utenti sono persino invitati ad aggiungere il loro computer al network di "Life Sharing". Il progetto viene presentato al Walker Art Center di Minneapolis il 15 febbraio del 2001. "Internet Gold Medal", il progetto dell'artista russo Alexei Shulgin, consiste nella selezione da parte dello stesso Shulgin di website interessanti e di dichiararli opere d'arte. L'intervento di Shulgin non si limita ad un atto dichiarativo di memoria duchampiana: l'artista crea delle categorie particolari (molto particolari), delle giustificazioni arbitrarie secondo le quali decide l'artisticità di un sito. Esempio: "Questo sito viene dichiarato opera d'arte per il corretto uso del colore rosa." Dice Shulgin: "Mi comporto come un curatore che viaggia per il web alla ricerca di talenti sconosciuti, perché molta gente è timida. Mettono delle cose in rete e non sono mai entrati nel mondo dell'arte, ma fanno cose interessanti. Così questa mia attività diventa una parodia di quello che potete vedere in una galleria o in un museo." (3)

Non è necessario, dunque, usare la rete come palcoscenico della propria creatività: Wolfgang Staehle ha creato The Thing non per avere una vetrina delle proprie sculture o pubblicare i comunicati stampa delle proprie mostre, ma per offrire spazio ad una comunità nascente e spesso indipendente dalle logiche materiali della scena dell'arte. Sono numerosi gli esempi di artisti che usano la rete per motivi diversi dalla promozione del proprio lavoro, mettendo spesso in evidenza come lo spirito di collaborazione e un'attitudine dialogica prevalga sulle ormai limitate esigenze dell'artista in cerca di pubblicità che cerca consenso nel sempre più ristretto ghetto della scena artistica tradizionale.

Una volta collegati al sito conosciuto come Jodi.org, il vostro browser sembrerà impazzire; non vi sono le solite icone che vi dicono dove andare a cliccare e le poche istruzioni che si affacciano sullo schermo non obbediscono alle loro funzioni. I Jodi fanno parte di quella prima generazione di artisti nati in Rete e con la Rete. Per molti artisti la rete ha rappresentato un contesto inedito nel quale investigare, ma quest'ultima ondata di artisti è nata con il computer e considerano lo spazio virtuale come l'unico ambiente nel quale sperimentare. Tutto questo non comporta comunque un eccesso di auto-referenzialità: il vero obbiettivo è un'attenzione critica verso le nuove tecnologie. Il loro discorso è paragonabile alle sperimentazioni di decodificazione del linguaggio dei media tipico degli artisti postmoderni americani negli anni Ottanta. I net-artists non sono persone ossessionate dalle continue evoluzioni della tecnologia ma, soprattutto, artisti che operano una decodificazione del linguaggio utilizzato dai nuovi media. Il progetto di Jodi non è "user-friendly" (anche di persona Dirk è uno alquanto diffidente), ma il loro lavoro merita tutto il successo ed i riconoscimenti che ha raccolto in questi anni. L'assenza di immagini in Jodi.org è una consapevole risposta dell'arte all'overload visivo del quale anche la rete sembra essere vittima (sono già attive le prime sperimentazioni di net-tv) e non si tratta soltanto di una questione di eccesso d'immagini, ma di eccesso d'informazione. Riportando sui vostri schermi una massa di dati inutili e casuali i Jodi rimandano ad un processo burocratico all'interno del quale l'informazione non si riferisce più alla realtà, ma solo ad altre informazioni. Naturalmente non è estranea al loro lavoro una forte componente ironica e di gioco che coinvolge i luoghi comuni che riguardano Internet, il concetto di "pubblica utilità" della rete, i programmi venduti con l'etichetta "user friendly", la presunta (ma pur sempre labile) interattività con il pubblico, Internet come infinita fonte d'immagini. "Noi non usiamo il nostro sito per presentare informazione. Presentiamo degli schermi e quello che succede in essi. Evitiamo le spiegazioni. Guardate cosa succede nelle mostre: la gente guarda le etichette prima di guardare le opere. Vogliono sapere chi l'ha fatto prima di farsi un'idea del lavoro. Finché ci sarà possibile noi cercheremo di evitare tutto questo." Il linguaggio parafrasato dai Jodi all'interno del loro sito è quello dei form dei motori di ricerca, delle chat line, dei codici e delle nuove modalità con le quali i computer comunicano. Abbiamo detto dell'avversione di questi artisti per le immagini; spesso, ficcando il naso nell'html delle pagine di Jodi.org, ci si può trovare davanti a delle sorprese, come il fungo di una bomba atomica (nascosto per mesi nell'html della loro homepage) o l'avviso (sempre nascosto nell'html) di un messaggio ironico che i ragazzini di Belgrado - rinchiusi nei rifugi - mandavano in giro per il mondo via e.mail. I Jodi negano l'immagine nel luogo della visibilità, collocandola invece nell'html dell'homepage, cioè nel luogo in cui tutti devono passare entrando in un website, ma dove di solito nessuno va a ficcare il naso. Esiste tuttavia una componente visiva nell'opera di Jodi che crea un rimando immediato in chi usa il computer da molti anni, si tratta di quel verde sul fondo nero che crea un immediato riferimento ai personal computer di prima generazione, quelli senza interfaccia, senza finestre e privi di ogni mistica user-friendly. Bisogna riflettere sul fatto che artisti come Jodi ricercano il significato attraverso uno strumento che solo in un recente passato ha perso le sue caratteristiche militari per diventare mezzo di comunicazione di massa. In un mondo in cui tutti fanno di tutto per apparire, l'anonimia diventa quasi stimolante ("Il nostro lavoro proviene da un computer e non da un paese."), l'arte conferma di essere specchio della crisi e del disastro, di sapere che cultura e ansia vanno a braccetto. Per artisti come Jodi, Mark Amerika, Vuk Cosic..., è importante dimostrare una consapevolezza critica dell'ambiente mediale in cui operano, indipendenti da ogni meccanismo che regola il sistema dell'arte attuale, per loro non è tanto importante stabilire qual'è l'arte di domani, essi sembrano più preoccupati di capire quale sarà la società di domani. Questi artisti considerano i loro progetti in rete come l'ultimo territorio in cui si possono sfidare le convenzioni della rappresentazione, costruire forme e narrative sperimentali. Paradossalmente la nuova macchina dalle infinite possibilità multimediali sembra interessare gli artisti soprattutto per la sua struttura ipertestuale. L'arte internettiana rivolge le sue attenzioni al linguaggio, e non solo in senso metaforico. Sono molti i progetti dedicati alla scrittura. In "The First Virtual Sentence", di Douglas Davis, ogni visitatore veniva invitato a contribuire con una frase ad un testo scritto da tutti i visitatori che erano passati in precedenza e nel quale l'artista si era limitato a scrivere soltanto la prima frase. Se chiedete a Jodi cosa fanno vi risponderanno: "We write websites". Mark Amerika si definisce una "writing machine" (4) (lo stesso termine usato da Ted Nelson - che negli anni sessanta coniò il termine "HyperText" - per definire il computer), è l'autore di "Grammatron" (un progetto di narrativa multimediale), editore dell'e.zine "Alt-x", allievo prodigio di George Landow, autore di romanzi e del saggio "HyperText Consciousness". Stesso discorso per The Intruder di Natalie Bookchin dove si percorre un racconto di Jorges Luis Borges interrotti da varie trappole ludiche.

La rete offre anche numerose pagine di artisti che si divertono a giocare con il nuovo strumento multimediale affollando Internet di immagini inutili - artisti che il più maturo Joseph Squier accusa di "infatuazione tecnologica per gli strumenti" - mentre gli artisti più interessanti lavorano sulla tecnologia per dargli un senso diverso dalla sua intrinseca finalità tecnica, cercando di scoprire i meccanismi di seduzione e quelli che regolano il significato.

 

 

NOTE
(1) Lorenzo De Carli, "Internet: memoria e oblio", Bollati Boringhieri, Torino 1997.
(2) Nel catalogo della mostra "(History of) Mailart in Eastern Europe", Staatliches Museum Schwerin, Germania 1996.
(3) Tilman Baumgaertel, "Interview with Alexei Shulgin", Nettime, novembre1997.
(4) In "HyperTextConsciousness" (www.grammatron.com/htc1.0/) Mark Amerika scrive: "Riuscite ad immaginare cosa avrebbero fatto i Futuristi con l'Iperstrada dell'Informazione?"

Progetti d'artista

Adaweb: adaweb.walkerart.org
Mark Amerika: www.grammatron.com
Daniel García Andújar: www.irational.org/tttp
Heath Bunting: www.irational.org/
David Crawford: www.lightofspeed.com/now/index.01.html
CyberAtlas: cyberatlas.guggenheim.org/intro/ca-f.html
Nick Crowe: www.nickcrowe.net/
Dia Center for the Arts: www.diacenter.org/
Douglas Davis: math240.lehman.cuny.edu/art/
Janine Gordon: www.thing.net/~janine/
Guerilla Girls: www.guerrillagirls.com/
Simon Lamunière: www.centreimage.ch/
hell.com: www.no-such.com
Irwin,Transnacionala: www.ljudmila.org/trans/
Jodi.org: www.jodi.org
Martin Kippenberger: http://www.centreimage.ch/metronet/metronet.htm
Komar & Melamid: www.diacenter.org/
Susan Hiller: www.diacenter.org
Perry Hoberman Projects: hito.eccosys.co.jp/~portola/PEOPLE/PERRY/index.html
Antoni Muntadas: adaweb.walkerart.org
Mark Napier: http://www.potatoland.org/
Port, Navigating Digital Culture: artnetweb.com/port/
Refresh: http://www.v2.nl/east/fresh.html
Julia Scher: adaweb.walkerart.org
Shu Lea Cheang: http://brandon.guggenheim.org/
Alexeij Shulgin: www.easylife.org/desktop/
John F. Simon: stadiumweb.com/everyicon/
Joseph Squiers: gertrude.art.uiuc.edu/ludgate/the/place
Laura Trippi: cyberatlas.guggenheim.org/intro/ca-f.html
Womenhouse: www.cmp.ucr.edu/womenhouse/default.html
Jody Zellen: www.ghostcity.com/
0100101110101101.ORG: HTTP://WWW.0100101110101101.ORG

Altri website

Adaweb: www.walkerart.org
Aleph: www.aleph-arts.org/
Alt-x: www.altx.com
ArtNet: www.artnet.com/
Artnetweb: www.artnetweb.com/
ArtSeenSoho: www.artseensoho.com/
ArtWorks - ArtThing: www.artthing.de/
City of Women: www.sigov.si/htdocs/uzp/city/site.html
E-flux.com: www.e-flux.com/
Grasping at Bits: www.voyd.com/gab/
Nettime: www.desk.nl/~nettime
Paradoxa: web.ukonline.co.uk/n.paradoxa/source1.htm
Postmedia: www.postmediamagazine.com/
Saint-Gervais, Genève: www.sgg.ch/
Synworld, Vienna: www.synworld.t0.or.at/
Thing.net: thing.net Viper: www.viper.ch
Walker Art Center: www.walkerart.org