Da "Musica!", n. 247, 13 luglio 2000
WINDOWS, NO GRAZIEGli hacker: tecno obiezione di coscienza
di Claudia FrancoLa decisione è stata presa nel corso dell'hackmeeting tenuto a Forte Prenestino a Roma
Microsoft? No grazie. Il sistema di Bill Gates è sul banco degli imputati perchè non è gratis, è chiuso ai contributi della Rete e oltretutto è anche diseducativo per gli studenti: chiude le menti. A lanciare l'atto d'accusa sono gli hackers italiani che hanno deciso di organizzare una campagna d'autunno nelle scuole superiori e nelle università chiamando ad una nuova forma di obiezione di coscienza, a favore di sistemi aperti. Come spiega qui accanto Ferrybyte, hacktivist di vecchia data, gli studenti obiettori saranno chiamati, computer alla mano, a dimostrare la superiorità di sistemi aperti come linux.
La tecno obiezione di coscienza è una delle proposte forti uscite dal terzo hackmeeting (www.hackmeeting.org), che si è svolto nel giugno 2000 a Roma, al Forte Prenestino. Ma non è la sola: in arrivo c'è un "Manifesto di intenti comuni degli hackers sociali" per l'autogestione dei media. Il comun denominatore alla base di pensieri e azioni dei soggetti sociali definiti hacker viene identificato da alcuni nella "rottura dei codici". Ma la galassia hacker non è un movimento, bensì un network di movimenti: dagli smanettoni ai lurkers, quelli che guardano e basta, dagli "infiltrati'' delle grandi aziende, ai teorici della comunicazione aperta e orizzontale ai postpunk fino agli aspiranti hackers, i cosiddetti lamers, di ogni età. Ben nutrita la schiera dei "tecnoartisti", da cui è nata l'idea di formulare un ''Manifesto". Ed ecco alcune voci da questo "fronte".
Per dare un senso ai cambiamenti in atto c'è chi, come t_bazz, assieme a snafu e Tommaso Tozzi, organizzatrice di seminari al Forte, utilizzando in maniera autogestita i mezzi di comunicazione e gli strumenti del linguaggio, concepisce un'arte "su cui mettere le mani sopra", su cui "hackerare dando vita a un evento flusso in evoluzione collettiva". Un'arte che ormai arriva a fondersi con la vita quotidiana. Un esempio è il "net strike", il corteo virtuale che blocca i server e che agisce sul sociale attraverso i media. Per Tommaso Tozzi, promotore dei primi net strike del gruppo fiorentino stranonetwork, (www.strano.net), che ha lanciato l'idea del Manifesto, "bisogna formulare l'ipotesi di una nuova idea d'arte come rete di relazioni comunitarie, orizzontali e interattive, come trasmissione di senso, come trasferimento di risorse". La rete come opera d'arte, insomma.
Gli "zero uno punto org", così si autodefiniscono per sintetizzare il loro nome e dominio www.0100101110101101.ORG, affrontano temi quali copyright e plagio smontando e riutilizzando materiali d'altri. Alcune loro azioni clamorose, tra cui il "furto" e la riproduzione della più famosa galleria di net art, Hell.com, la riproduzione del sito della Santa sede ma con contenuti deturnati, ovvero cambiati oltre alla spettacolare beffa Darko Maver, artista creato a tavolino, mettono in scena un'idea di interattività che non si riduce al "clicca e compra": "ci sembra interessante non la creazione di una nuova arte, ma la discussione e la sovversione dell'arte, dovremmo chiamarlo 'artivismo'?". Abolite le differenze tra originali e copie nel mondo dell'arte digitale, diventano primarie la lotta per la libertà e l'accessibilità dell'informazione. Aggiunge Massimocontrasto, carismatico tecnoartista, "bisogna radicalizzare le tecnologie per accelerare il processo di dissolvimento del significato della parola arte e farle diventare socialmente utili. Come? Facendo coincidere invisibilità sociali a visibilità mediatiche". Appare evidente che i temi e le possibili strategie sono variegate, dal plagiarismo alla simulazione, passando per la creazione di network alternativi.
Molte le esperienze internazionali in questo senso, tra queste www.rhizome.org, www.nettime.org, e http://indymedia.org, collettivo mediale aperto e indipendente la cui protesi italiana è curata dal "net_institute" di Bologna, http://net-i.zkm.de, che si autopromuove come "un antidoto alla disneyficazione della rete e al consumismo hi-tech, che inibiscono usi creativi, politici, paritari delle tecnologie dell'informazione e del digitale; 'net institute' è un mezzo per fare della rete un bene comune e non solo il bacino economico del nuovo commercio".